Quando mia figlia, oculista come me, mi ha proposto di seguirla in un villaggio del Madagascar per prestare
il nostro lavoro in un centro oculistico allestito negli anni dallo straordinario impegno del dottor Carlo Passeggi
e di Speranza Balocco, sua moglie, credo di aver risposto un “sì, forse vediamo” molto distratto, come si fa di
fronte ad una proposta che ci sembra impossibile da realizzare e perciò considerata con molta superficialità.
Da sempre ho paura di volare e da sempre considero gli impegni del mio lavoro e della mia famiglia un motivo
valido per non muovermi. Quando, perciò, dopo preparativi frenetici, visto il poco tempo a disposizione, mi
sono ritrovata, per la prima volta, su un aereo intercontinentale per un viaggio che sarebbe durato ben oltre 10
ore, ero molto sorpresa e mi chiedevo cosa potesse significare e che senso potesse avere la mia presenza in
questo villaggio.
Queste mie perplessità e questi miei pensieri non sono durati a lungo. Infatti, dal momento in cui siamo arrivati
nel convento delle suore che ci avrebbero ospitati, dopo aver attraversato chilometri di territorio coltivato a
risaie, interrotte soltanto da piccoli agglomerati di baracche addossate l’una all’altra in modo rudimentale,
magicamente tutti i miei dubbi e i miei interrogativi si sono dissolti. Sono entrata, giorno per giorno, in una
realtà dove ogni mio gesto e ogni mia azione sembravano acquistare un valore molto più grande di quello che
siamo abituati a dargli nella vita quotidiana. Ad accoglierci calore e soprattutto la straordinaria serenità delle
suore che gestiscono il convento, alcune giovanissime ed altre meno, ma tutte piene di entusiasmo e di voglia
di imparare nonostante le estreme difficoltà e l’estrema arretratezza della gente in mezzo alla quale si trovano
ad operare.
Approfittando del clima caldo e delle giornate quasi sempre serene, ogni mattina ci recavamo a piedi agli
ambulatori dove una moltitudine di persone, adulti e bambini, ci aspettavano in rispettoso silenzio e nel vederci
arrivare, ci accoglievano con sorrisi pieni di fiducia e di gratitudine che non si esaurivano neanche dopo le
lunghe ore di attesa che, il più delle volte, dovevano passare prima che potessimo visitarli. Il lavoro che si
svolgeva era quello che ognuno di noi da sempre è abituato a fare ma quanto diverse le condizioni dei pazienti.Abituati come siamo alla medicina preventiva, e purtroppo a volte esageratamente e inutilmente tale, ci
ritrovavamo davanti a casi talmente gravi e avanzati da rendere difficile una soluzione. Eppure tutti, composti
e molto attenti, si lasciavano controllare e accettavano rassegnati le nostre spiegazioni non sempre risolutive.
In questi anni, l’opera prestata da Carlo e Speranza e da tutti i collaboratori è riuscita a costruire in questa gente
semplice una straordinaria fiducia, dando la possibilità di tornare a vedere a tanti che, anche per una semplice
cataratta o per un’infezione banale, pensavano di non poterlo più fare. Il mio ruolo, in particolare, è stato quello
di occuparmi delle visite dei bambini che venivano accompagnati da un genitore o da un familiare, scalzi, con
vestiti messi insieme in modo casuale, spesso strappati e consumati ma per l’occasione della visita puliti e
pettinati in modi che solo in questi paesi sanno fare. Durante il mio lavoro ero aiutata da due suore medico che
non solo mi hanno aiutato a comprendere la lingua ma hanno cercato di fare tesoro di ogni cosa facessi e questo
ha conferito al mio lavoro un significato ancora più importante, facendomi capire che il mio contributo poteva
non esaurirsi nel mio breve soggiorno ma potesse lasciare un aiuto più duraturo.
I giorni sono volati pieni di emozioni forti a cui non siamo più abituati nella società in cui viviamo, dove tutto
è dovuto e non si considera mai quanto ognuno abbia senza fatica. Rimarranno nel mio cuore i mille sorrisi i
mille modi di ringraziare ma soprattutto la straordinaria sensazione di aver ridato un senso più vero alla mia
professione e alla mia umanità.