Il racconto di Daniele Rolle

5 Ott , 2026 - Uncategorized

Il racconto di Daniele Rolle

Con un atterraggio a balzelloni sulla pista erbosa inizia la nostra avventura ad Ambatondrazaka. Ci attendono in “aeroporto” suor Luciana, alcune sorelle e alcuni giovanotti che ci aiutano con i molti bagagli che ci hanno seguiti dall’Italia. La casa delle suore in linea d’aria è poco lontana dalla pista di atterraggio ma il trasferimento dura abbastanza da farmi apprezzare i vari tipi di veicoli cui la selezione naturale consente di sopravvivere sulle terribili strade malgasce: il fuoristrada, unico veicolo a quattro ruote, il kibotà, che è la motozappa elaborata a mezzo di trasporto promiscuo (passeggeri e merci), le moto e le biciclette, molte delle quali allestite a taxi, che spesso ci superano in velocità facendo agilmente lo slalom tra le buche. Più tardi mi verrà spiegato che l’unica manutenzione della rete viaria malgascia è gestita da locali “volontari dell’ ANAS”, giovanotti che passano la loro giornata a riempire di terra ed erba le buche che si aprono continuamente nella strada in terra battuta. Chiedono una mancia alle poche vetture di passaggio e cercano così di sbarcare il lunario, in assenza di lavoro meglio remunerato. Alla casa delle suore, che domina la cittadina dall’alto di una collina, poco a monte della cattedrale, troviamo un pezzetto d’Italia: la maggior parte delle sorelle parlano o capiscono l’italiano e la cuoca, sorella Pierrette, potrebbe tranquillamente gestire con successo un ristorantino con cucina casereccia. Ben pasciuti da Pierrette, dopo colazione, attraversiamo la cittadina di Ambatondrazaka per recarci al dispensario. La via principale della cittadina, che i volontari che mi hanno preceduto hanno da tempo soprannominato “via Roma”, è costellata di botteghe artigiane dove, senza fretta e con pazienza infinita, si modella a mano il lamierino per costruire, o ricostruire, di tutto: dall’innaffiatoio alla marmitta della Renault 4. Mentre passiamo per la strada gli occhi dell’artigiano che sta battendo a mano il lamierino si alzano per seguire il fuoristrada con a bordo i wazaha, i bianchi, ma la sua mano col martelletto non si ferma, tac tac tac, senza sbagliare un colpo. Botteghe di barbieri, negozi di vestiti, di telefonia, tantissimi “minimarket-tavola tiepida” dove mangiano la maggior parte dei malgasci: i pasti vengono consumati per la strada, proprio come nelle taverne dell’antica Roma. Le onnipresenti galline fanno la spola tra la strada e i campi su cui si affacciano i retrobottega. Ad attenderci al dispensario i pazienti ed i parenti, ordinatamente in fila sulle panche sotto la tettoia che fronteggia le sale visita, al riparo dal sole. Si inizia visitare. Primo paziente: cataratta totale; secondo paziente: cataratta totale; terzo paziente: cataratta brunescente… e così via. Inizio a domandarmi come è possibile questa concentrazione di cataratte bianche. Poi scopro che suorLuciana e le sue collaboratrici, durante i sei mesi precedenti il nostro arrivo, ogni giorno hanno visitato i pazienti che si presentavano al dispensario, hanno trattato le patologie meno gravi, che negli anni hanno imparato a gestire in maniera autonoma, e hanno dato appuntamento ai pazienti meritevoli di intervento chirurgico/approfondimento diagnostico nei pochi giorni in cui siamo presenti sul posto. E il sistema funziona con un’efficienza che farebbe invidia a tanti CUP e reparti nostrani. Il dispensario offre gratuitamente assistenza sanitaria di base e ostetrica alla popolazione locale. Ha poi il suo fiore all’occhiello nell’ambulatorio e nella sala operatoria oculistici che con pazienza infinita ed esemplare perseveranza sono stati prima attrezzati e poi, in maniera ancora più difficoltosa e degna di ammirazione, ingranditi e mantenuti in efficienza da Carlo e da suor Luciana. Nei giorni seguenti il tempo scorre veloce, molto veloce, alternando le visite in ambulatorio, la sala operatoria, qualche lavoretto di bricolage/manutenzione dei macchinari, qualche breve escursione… e in un battibaleno siamo di nuovo sul Cessna che ci riporta a Tananarive. Tanti i ricordi di questi giorni che porto con me: naturalmente la gioia dei pazienti che, una volta sbendati, realizzano di avere davvero riacquistato la vista. Ma il ricordo più bello è quello degli occhi vispi di una giovane infermiera che sbirciavano il mio lavoro per cercare di carpirne qualche segreto, che si sono illuminati quando col mio scarno francese ho iniziato a spiegarle cosa stavo facendo e ho cominciato a metterle in mano la sonda per l’ecobiometria. E il candido sorriso di gioia e di gratitudine che ha riempito il suo viso dalla pelle così scura quando, dopo pochi giorni, ci siamo accorti che il lavoro che stava facendo era, spesse volte, migliore del mio e che poteva cominciare a fare da sola. Forse è questo il maggiore contributo che può dare chi, come me, non ha ancora le capacità dei colleghi più vecchi: stimolare e, per quanto è possibile, trasmettere qualche conoscenza ai giovani locali, in modo che possano portare avanti un progetto ambizioso, che tanti avrebbero probabilmente giudicato irrealizzabile.

Daniele Rolle


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