Siamo appena arrivati ad Ambatondranzaka, per la dodicesima missione oculistica. Con me ci sono mia moglie Speranza ed alcuni colleghi oculisti soci di Medici Volontari Italiani. E’ un venerdì di novembre, la primavera da queste parti: evitiamo sempre i mesi più caldi. Ci accolgono le Piccole Serve del Sacro Cuore di Gesù, missionarie che qui hanno costruito praticamente tutto quello che si può chiamare un servizio sanitario: anche l’ambulatorio e la sala chirurgica l’hanno fatta loro, dirigendo la manodopera locale. A capo del dispensario Suor Luciana, vicina ai settanta anni, più della metà passati in Madagascar, infermiera, missionaria, manager: qui è lei “ l’uomo della Provvidenza”. Davanti all’ambulatorio, sotto una tettoia, aspettano molti pazienti. Nei giorni e nei mesi scorsi sono stati visitati dalle suore, ormai esperte delle patologie oculistiche e non solo. Alcuni hanno solo bisogno degli occhiali – fabbricati in loco da un malgascio che abbiamo istruito e attrezzato-, ma molti hanno patologie più serie, cataratte in primo luogo, spesso molto avanzate e invalidanti. Suor Luciana ha fatto una graduatoria, perché i casi più gravi siano i primi.
Ora insiste perché veda una giovane donna, che si è perforata l’occhio sinistro con un fil di ferro o una grossa spina giorni fa. Risultato: una cataratta traumatica intumescente che ha provocato un aumento della pressione dell’occhio con dolore lancinante. “Siamo appena arrivati-rispondo- dobbiamo verificare gli strumenti. Possiamo operarla domattina”. “Da buon vasà (straniero) non ti sei accorto che questa donna sta per partorire, l’intervento è urgente”. Guardo meglio la donna, effettivamente appare un po’ grossa, ma penso che sarà al massimo al quinto mese….. Suor Luciana intuisce le mie perplessità: ”Ti dico che la signora è a termine e presto inizieranno le contrazioni. Devi operarla subito”. L’intervento si svolge senza complicazioni. La notte resta qui in osservazione. Ilgiorno dopo il dolore è scomparso e la visione è buona. La dimettiamo con l’invito a tornare dopo due giorni per il controllo. Ormai la sala operatoria è in funzione e proseguiamo con gli interventi. Un paio di giorni dopo, al posto della giovane si presenta il marito, che ci racconta di essere diventato papà: Suor Luciana aveva visto giusto!
Ci ringrazia e vuole sapere il mio nome. Ma i nostri nomi sono difficili da pronunciare per i malgasci, così come i loro sono difficili per noi. Dopo aver tentato anche con lo spelling, la suora prende il mio timbro e lo stampa su un foglietto che consegna all’uomo che sorride, ringrazia ancora e se ne va. Il giorno successivo arriva anche la mamma: l’occhio è perfetto! Tra le braccia ha il piccolino: me lo tende e dice “Carlo Passeggi”. “Sì, sono io – rispondo – sono contento che tutto sia andato bene, che bel bambino!”. “No – dice lei – Carlo Passeggi” ed indica il piccolo. Gli ha dato il mio nome, in segno di gratitudine, ma non sapendo che Passeggi è un cognome, ha messo tutto quello che era scritto sul timbro! Da noi in Italia, un tempo usava dare ai neonati il nome del nonno, è così ora ho un nipotino malgascio.
Carlo Passeggi